Le fonti attestano la sua conservazione nella chiesa di S. Maria in Portico fin dal secolo XII, ma i canoni iconografici fanno pensare ad una immagine più antica. Le lontane forme protoromaniche: colonnine in stile ionico, le teste degli Apostoli - secondo il tipo dei vetri cimiteriali - le forme greco-siriache come l’inquadratura a rose e gli alberi ornamentali, fanno supporre due momenti compositivi.
Nel VI secolo, si stabilisce la tipologia iconografica legandola agli eventi della miracolosa visione di santa Galla, ne è testimone un distico scolpito nel ciborio dell’altare di S. Maria in Portico vecchia ormai scomparso, ma tramandatoci per la testimonianza dei primi agiografi: Hic est illa piae Genitricis Imago Mariae quae discubenti Gallae patuit metuenti (Questa è l’immagine di Maria Madre di Dio che si manifestò a Galla, umile e timorosa, mentre serviva i poveri). I versi furono trascritti da S. Giovanni Leonardi nella sua Narratione della Miracolosa Imagine della Beatissima Vergine del 1605. La tradizione iconografica del VI secolo viene conservata nella composizione dell’attuale icona che gli studiosi vogliono realizzata, per la gamma cromatica degli smalti e la naturalezza dell’esecuzione, tra l’XI e il XIII secolo.
L’opera è attribuibile ad una scuola italo-bizantina o a qualche bottega della zona. Occorre tenere presente che la vecchia chiesa di S. Maria in Portico era situata nel quartiere dei greci che vi si stabilirono nell’VIII secolo dopo la fuga da Costantinopoli, portando le tradizioni culturali e religiose della loro terra. Sono testimoni di questa antica presenza le Chiese di S. Giorgio al Velabro, S. Teodoro al Palatino, S. Anastasia e S. Maria in Cosmedin con l’odierna via della Greca.
L’immagine di S. Maria in Portico in nostro possesso, con molta probabilità è una riproduzione di qualche antica pittura o mosaico venerata nel portico di Galla, deteriorata con il passare del tempo o distrutta da qualche incendio, essa fu riprodotta mantenendo il legame con l’antica tradizione. La festività liturgica dei Santa Maria in Portico è celebrata ogni anno il 17 luglio in memoria della prodigiosa apparizione.
Le tracce della devozione a Maria da parte del popolo romano sono rimaste cristallizzate in questa iconografia quasi a ricordare con perenne memoria, la sua presenza nel cuore della Città Eterna fra le sponde del Tevere e le tombe dei principi degli apostoli Pietro e Paolo che fecondarono con il loro sangue il primo annuncio del Vangelo. In effetti i titoli con i quali è stata da sempre invocata, rievocano da una parte i luoghi nel quale il culto ha avuto inizio e dall’altra la popolare professione di fede nella Maternità Divina di Maria: Santa Maria Madre di Dio Porto della romana sicurezza. Porto e Portico sono luoghi di accoglienza, di riparo, di rifugio e riconducono alla essenzialità del grembo materno. Maria è colei che accogliendo la Divina Parola diviene Madre del Signore e nello stesso tempo è rifugio e protezione per coloro che sono stati generati dalle acque battesimali. In questo contesto di fede, qualche secolo prima, la preghiera del popolo si era rivolta alla Madre del Salvatore con queste parole: "Sotto la tua protezione cerchiamo rifugio Santa Madre di Dio".
La pianta della chiesa risulta formata da due organismi distinti. Il primo a croce greca con cappelle laterali ed il secondo che sostiene la cupola le cui prospettive esaltano lo scenografico altare maggiore contenente la sacra reliquia.
Disegnato dal Rainaldi, l'opera fu compiuta da Giovanni Antonio De Rossi con la collaborazione di Ettore Ferrata e Giovanni Paolo Schor. La grande Gloria contenente l'immagine della madonna è opera di Melchiorre Caffà (ispirato forse dalla cattedra di S. Pietro appena inaugurata) mentre il ciborio fu realizzato nel 1737 da Michelangelo Specchi.
La prima cappella a sinistra è quella della famiglia Altieri. Opera di Sebastiano Cipriano, fù costruita nel 1708 per volere del principe D. A. Altieri ed è dedicata alla Beata Ludovica Albertoni. Sull'altare la pala marmorea di Lorenzo Ottoni raffigura la Sacra famiglia che appare alla Santa Ludovica Albertoni. La volta affrescata da Giuseppe Passeri con Assunzione della Vergine. Ai lati i monumenti funebre dei genitori del principe Altieri, quello di Angelo attribuiti a Giuseppe Mazzuolo mentre quello di Vittoria Altieri Parabianchi è di Giacomo Antonio Lavaggi.
La seconda cappella sinistra è stata fatta costruire dal cardinale Palluzzi Altieri su probabile disegno di Giovanni Battista Contini. La pala centrale dipinta da Marcello Sozzi nel 1860 raffigura la Gloria del Beato Leonardi la cui reliquia si trova sotto l'altare. Nella volta la Gloria di S. Giovanni Battista affrescata da Giacinto Calandrucci.
La terza cappella sinistra è della famiglia Capizucchi ed è stata commissionata dal Cardinale Raimondo. Si tratta di uno dei primi progetti di Mattia De Rossi. Il quadro sull'altare di Ludovico Gimignani rappresenta la Conversione di S. Paolo. Sopra un affresco con Madonna e bambino del cinquecento staccato dall'antica chiesa. Ai lati sepolcri dei Capizucchi. La volta attribuita a Michelangelo Ricciolini raffigura la Gloria di S. Paolo.
La cappella delle reliquie dove è anche l'accesso alla sacrestia contiene un'altarino portatile bizantino detto di S. Gregorio Nazianzano con immagini del Redentore, la Vergine e S. Giovanni evangelista realizzato con con la tecnica dei micromosaici.
A sinistra del transetto la pala di Giovanni Battista Gaulli detto il Baciccia raffigura la Nascita di S. Giovanni Battista.
Di fronte sull'abside l'affresco dipinto nel 1925 da Giovanni Battista Conti rappresenta Alessandro VII che offre la chiesa alla Vergine.
A destra del transetto il monumento del cardinale Bartolomeo Pacca scolpito nel 1863 da Ferdinando Petrich. La quarta cappella a destra è dedicata a S. Zita. con le statue di Gesù morto della santa. La terza cappella a destra contiene una statua della Vergine con S. Giovanni Battista e S. Nicola.
La seconda cappella a destra proviene dalla vecchia chiesa ed è stata ripristinata nel 1692 su progetto di Carlo Rainaldi. La pala d'altare dipinta nel 1685 da Luca Giordano raffigura la Destinazione della Vergine. Sull'arco d'ingresso un'affresco attribuito a Michelangelo Ricciolini rappresenta la Gloria di S. Anna. I due angeli che sorreggono il quadro e gli stucchi sono di Michel Maille, Francesco Cavallini e Francesco Baratta.
La prima cappella a destra contiene un Arcangelo Michele dipinto da Sebastiano Conca che era stato realizzato originariamente per la chiesa di S. Eustachio e poi quì trasferito nel 1738. Nella nicchia a sinistra una copia dell'altare romano di Apollo, primo altare della chiesa di S. Maria in Portico ed ora trasferito a S. Giovanni al velabro.
Nel Battistero due tabernacoli quattrocenteschi, un ciborio ed una custodia degli oli santi provenienti dalla vecchia chiesa. Sulla destra del portale il monumento al cardinale F. Nardi.
M. Minozzi, Santa Maria in Campitelli, in Roma Sacra, 15° Itinerario 1999 (982.45 kB)
L’altare reliquiario di Santa Galla, in marmo bianco, è un’ara funeraria risalente alla piena età flavia, reimpiegata nell’XI secolo. L’altare proviene dalla perduta Chiesa di Santa Maria in Portico, interamente ricostruita dagli Odescalchi a partire dall’agosto 1683. Il nuovo complesso mantenne l’antica dedica a Santa Galla e ospitò l’altare fino al 1932, quando il nuovo piano regolatore decretò l’abbattimento delle costruzioni addossate al Teatro Marcello. L’altare fu quindi trasportato a San Giorgio in Velabro e solo il 20 settembre 1988, alla nuova Parrocchia di Santa Galla, sulla circonvallazione Ostiense.L’ara è costituita da un blocco unico in marmo bianco, di forma parallelepipeda, poggiante su una base sagomata composta da una gola dritta, una rovescia e un filarino. La modanatura superiore, disposta lungo il lato frontale e i lati minori, è costituita da un filarino, una gola dritta, una rovescia e un gruppo di tre listelli con taglio diagonale; il piano della mensa, di dimensioni quasi quadrata, presenta una cavità, rozzamente eseguita in età medievale per l’inserimento delle reliquie e protetta da un coperchio in marmo. Sui lati dell’altare si trovano tre cornici vegetali che partono da un cespo, situato al centro della banda inferiore, dal quale si snodano tre foglie acantiformi e due steli che si avvolgono in girali, talvolta abitati da uccelli in riposo o in volo e spesso posti alla congiunzione superiore dei tralci. Sulla fronte dell’altare, una cicogna con le ali spiegate becca un’ape; sul lato destro un passero afferra con il becco un virgulto; sul lato sinistro, un pellicano protende il becco verso l’alto; la facciata a tergo accoglie un maestoso albero di alloro le cui fronde ospitano uccelli in volo o in atto di nutrire i loro piccoli.
Due iscrizioni incise a solco triangolare sul cippo ricordano: la prima la consacrazione “del tempio” - Santa Maria in Portico – da parte di Gregorio VII. La seconda iscrizione riporta, dopo la dedica al “Signore nostro Gesù”, quella effettiva a S. Maria. Alle righe n. 5-7 si trova la datazione della consacrazione dell’altare: l’anno 1073, undicesima indizione, al giorno 8 luglio. L’altra parte di iscrizione contiene un lungo elenco di reliquie: i frammenti della croce di Cristo e della spugna, della croce di Sant’Andrea e di parti delle sue ossa, e le reliquie di altri 21 martiri tra i quali 6 donne.
E’ nel portico di santa Galla, ricca patrizia romana, figlia degli Aureli e dei Simmachi che ha origine il culto di Santa Maria in Portico. Figlia di Aurelio Memmio Simmaco, che alla morte dello sposo preferì servire Cristo e la sua Chiesa, rifiutando ulteriori nozze suggerite dalla giovane età, dalla ricchezza e dai parenti. Il Portico della sua casa divenne un vero luogo di carità dove la memoria di Cristo era venerata nei poveri e nei pellegrini. Galla li serviva personalmente mettendo a loro disposizione le sue ricchezze. Il Portico deve avvennero i fatti dell’apparizione il 17 luglio 524, era situato nella zona oggi compresa tra Monte Savello e il tempio di Portuno (o della dea Fortuna).Mentre la mensa era imbandita per i poveri, le pareti del portico furono illuminate da un improvviso bagliore. Galla, piena di stupore per l’evento, si recò immediatamente al Palazzo del Laterano per avvertire il papa Giovanni I del prodigioso evento. Subito egli accorse nei pressi del portico con la curia e una moltitudine di folla. Un’antica pergamena che ci trasmette quei fatti, riferisce che il santo pontefice, ammirato dinanzi a quell’evento, pregò l’Altissimo perchè si degnasse di manifestargli il significato di tale prodigio. Apparvero allora due serafini che depositarono nelle sue mani la preziosa icona con la quale benedisse la folla presente e immediatamente la città di Roma fu liberata da una terribile peste che l’affliggeva.
Il primitivo santuario continuò a essere sede di prodigi della Vergine in favore della città di Roma. Il Papa Gregorio Magno invocò il patrocinio della Madre di Dio nell’anno 599 durante una terribile peste e in quella occasione elevò la Chiesa a Diaconia, stabilendovi “la colletta” – il raduno del popolo di Dio – nella stazione quaresimale del martedì santo. Nel 1073 Fu il papa Gregorio VII a risollevare le sorti del piccolo santuario, ormai fatiscente e a consacrare nuovamente la chiesa. La testimonianza di questo evento è rappresentata dal cippo oggi conservato nella Chiesa di S. Galla a Roma, che in un’iscrizione riporta l’evento della consacrazione.