2026

Quando il dono sembra un torto

Quando il dono sembra un torto

«Questi ultimi hanno lavorato un’ora soltanto e li hai trattati come noi». È forse questa la frase che più colpisce nella parabola degli operai chiamati a lavorare nella vigna. Non perché gli operai della prima ora abbiano ricevuto meno di quanto era stato loro promesso: il padrone ha dato loro esattamente il salario concordato. La loro protesta nasce da un’altra cosa: hanno visto che agli altri è stato dato altrettanto.

Ed è qui che la parabola diventa particolarmente concreta. Il problema non è più ciò che abbiamo ricevuto, ma ciò che ricevono gli altri.

Finché guardano alla parola del padrone, gli operai della prima ora non hanno nulla da rimproverargli. Quando invece cominciano a guardare gli altri, ciò che hanno ricevuto sembra improvvisamente diverso. Il confronto cambia il nostro modo di guardare ciò che abbiamo ricevuto: ciò che prima riconoscevamo con gratitudine rischia di apparirci semplicemente come qualcosa che ci spetta. E allora nasce la domanda: «Perché a lui altrettanto?».

È una dinamica che conosciamo bene. Non sempre ci accorgiamo che la nostra insoddisfazione nasce da ciò che ci manca; qualche volta nasce soprattutto dal fatto che qualcun altro ha ricevuto qualcosa che avremmo voluto per noi. E così il bene dell’altro, invece di essere riconosciuto come bene, diventa quasi una sottrazione.

Ma il Vangelo ci invita a fare un passo ulteriore. Il padrone della vigna dice: «Non posso fare delle mie cose quello che voglio? Oppure tu sei invidioso perché io sono buono?». La questione non è soltanto il rapporto tra noi e Dio, ma il modo in cui guardiamo la bontà di Dio quando raggiunge un’altra persona.

Per questo la prima lettura offre la chiave: «I miei pensieri non sono i vostri pensieri, le vostre vie non sono le mie vie». La distanza tra Dio e noi non consiste semplicemente nel fatto che Dio conosca più cose di noi. È una distanza che si manifesta soprattutto nel modo di pensare il bene, la misericordia, la giustizia. Noi tendiamo a misurare, a confrontare, a stabilire proporzioni. Dio invece continua a chiamare.

C’è un particolare rassicurante e bellissimo nella parabola: il padrone continua a uscire. Esce al mattino, poi ancora durante la giornata, fino all’ultima ora. Non si rassegna a trovare qualcuno fuori dalla vigna. Continua a cercare, continua a chiamare. E quelli dell’ultima ora rispondono semplicemente: «Nessuno ci ha presi». È una frase breve, ma contiene tutta la loro storia. Non dicono di aver rifiutato il lavoro; dicono di non essere stati chiamati. E il padrone, anche quando la giornata sembra ormai finita, va ancora a cercarli.

Questa è una delle immagini più consolanti del Vangelo: davanti a Dio non esiste un’ora nella quale sia troppo tardi per essere chiamati. La sua pazienza non è rassegnazione e la sua misericordia non è indifferenza. Egli continua a uscire incontro all’uomo.

Per questo anche san Paolo, nella seconda lettura, può dire: «Per me il vivere è Cristo». La sua vita non è più misurata soltanto da ciò che può ricevere, conservare o rivendicare. Rimane perché la sua vita può essere ancora utile agli altri; partire significa essere con Cristo. In entrambi i casi, il centro non è più se stesso.

Forse è proprio questo il passaggio al quale il Vangelo ci invita: uscire dalla logica del confronto per entrare nella logica della chiamata. Non siamo chiamati a stabilire quanto Dio debba dare agli altri, ma a riconoscere la voce con cui continua a chiamare anche noi.

La domanda da portare con noi questa domenica è semplice: quando Dio fa del bene a qualcuno accanto a me, riesco ancora a riconoscere quel bene come opera della sua bontà, oppure lo vivo come qualcosa che toglie valore a ciò che io ho ricevuto?