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Sabato, 17 Aprile 2021 09:30

Raccontare il Risorto

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Quasi non ti riconosciamo Pietro! Chi ti da la forza della parola persuasiva e franca? Pochi giorni fa avevi paura persino di pronunziare il nome di Gesù. Davanti ad una serva hai detto di non conoscerlo, di non essere dei suoi! Chi ha mutato la tua “ignoranza” in “intelligenza”. Puoi ora, con voce ardita, rimproverare i tuoi ascoltatori per la loro ignoranza dicendo: “Voi avete ucciso l’autore della vita”, perché hai riconosciuto che anche tu sei stato tra coloro che lo “hanno ucciso” con l’oblio, la distanza, l’assenza, il tradimento. Tu Pietro ci rassicuri, ci dici che possiamo essere testimoni del risorto pur facendo esperienza delle nostre fragilità, dei nostri ritardi. La conversione, il cambiamento del cuore non è frutto dello spazio, ma del tempo. In quel momento nella piazza di Gerusalemme tu Pietro, stai seminando la parola. Essa crescerà nel cuore di ognuno non sappiamo come, quanto e quando. Questo miracolo della semina pasquale lo rinnoviamo ogni volta che “di questi fatti noi siamo testimoni”. Testimoni della sua morte e risurrezione. Testimoni, del suo incontro non scontato e ripetitivo. Testimoni della nostra conversione e di quella dei fratelli. Oggi le nostre piazze non sono differenti da quella di Gerusalemme il mattino di Pentecoste. Esse sono crocevia di uomini e donne che attendono la parola pur immersi nell’indifferenza e nel ripetitivo. Nelle nostre piazze l’umanità spesso si ferma davanti a profeti che vendono sicurezza, benessere, futuro a basso costo, rinnegando gli autentici desideri del cuore che bussa all’intelligenza.  Ben venga l’arte della conversione, del nostro tornare indietro per ritrovare noi stessi, Dio e gli altri. Mentre la Chiesa, piena della gioia pasquale  vive i giorni santi in compagnia del risorto, non fa a meno di proporre questo appello alla conversione del cuore e della vita. E tutto ciò perché la risurrezione in noi oggi sia: “la rinnovata giovinezza dello spirito” che chiediamo al Padre, il quale ci ha resi suoi figli nel Figlio. Stare accanto non è forse l’esperienza che i discepoli hanno fatto lungo il percorso da Gerusalemme ad Emmaus? Non è la percezione discreta e gentile del misterioso giardiniere che chiama per nome Maria di Magdala? Con questa annotazione iniziale. la pagina evangelica della terza domenica di Pasqua, prepara il racconto lucano dell’incontro del risorto con i suoi discepoli. Era necessario quel ritorno, quella “conversione” dei due di Emmaus dovuta a Colui che si è messo accanto ed ha aperto cuore e mente “all’intelligenza delle Scritture”.  I Vangeli non sono esenti dal trasmetterci la fatica dei discepoli nel credere la presenza del risorto. Luca sottolinea che: nonostante “la gioia non credevano ed erano pieni di stupore”.  E’ significativo il modo con cui il terzo evangelista riporta l’incontro con il risorto. Mentre i due di Emmaus raccontavano, immaginiamo la concitazione, quella narrazione suscita la presenza  di Gesù, il nazareno, crocifisso e risorto.  Quante volte accade anche a noi di trovarci a parlare di Gesù e quasi vogliamo difenderlo. Lasciamo che il nostro “raccontare” faccia accadere in noi e nell’altro la presenza del risorto.  E cosa chiede ai discepoli e a noi? Accogliete la pace che io vi porto, non come frutto di compromessi o di confini nello spazio e nel tempo; ma come  mio dono offerto ad uomini e donne dal cuore pacificato, che portano la pace con la loro vita. Questo chiede il risorto per essere risorti con lui. La pace non è l’oblio sul dramma pasquale e sulle tragedie della nostra storia -mani e i piedi feriti-, ma la celebrazione dell’amore che è andato oltre e non si lascia imprigionare dall’odio, dal rifiuto, dall’incomprensione, dall’umiliazione.  Il risorto mette i discepoli a tavola. Gesto che non ha bisogno di essere spiegato e che placa i dubbi ed il turbamento del cuore. Lo stare insieme condividendo il pasto, suscita il ricordo di quell’ultima sera prima di morire e inaugura  una serie di incontri che culminano nelle nostre eucarestie, per mezzo delle quali,  attraverso il racconto ed il pasto condiviso, si rende presente e salvifica: “la vittima di espiazione per i nostri peccati e non soltanto per i nostri, ma anche per quelli del mondo intero”. 

Davide Carbonaro

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